Un'opinabile introduzione

A cura di Saverio Lombardi Vallauri

SS. Pietro e Paolo, Roma
SS. Pietro e Paolo, Roma

Non ho mai sopportato chi, soi-disant novello Cartier-Bresson, mi parlava dell’attimo fuggente, dell’emozione irripetibile, del tutto formato. I peggiori avevano visto il film di Peter Weir, ignoranti si riempivano la bocca del carpe diem di Orazio e te lo imponevano crudelmente come fosse salvifico e per qualche motivo adattabile alla pratica fotografica. Se le tue foto non avevano il bordino nero d’ordinanza eri un paria, un venduto, un impuro. Perchè i pittori possono farsi le tele del formato che vogliono e i fotografi devono sottomettersi al rapporto 24 a 36? Perchè i graffiti sono grandi quanto il muro che li ospita e le fotografie si devono imporre la relazione 6 a 6?

Io credo nella seconda opinione, nel dubbio che dura un giorno, nel tornare ancora e poi ancora sulla decisione cha appariva irrevocabile. Io credo che la fotografia sia finita quando viene presentata al pubblico e che il processo fotografico si componga di ogni atto compreso tra il riconoscere il soggetto e il disvelarne l’immagine ad occhi diversi dai miei. Per me, fotografare l’architettura è proprio questo: l’edificio sta lì , spesso per decenni, lo incontro, lo guardo a lungo, lo studio e lui neanche si accorge di me. Gli giro intorno, lo racconto, costruisco prospettive e lui resta lì, fermo per decenni. Gli umani non si riconoscono mai nei ritratti, lui se ne frega. Un progettista può essere volubile, un edificio no.